Ad un vincitore nel pallone 3

Il poeta, dunque, incitava il giovane sportivo a conoscere il volto della gloria e la sua “gioconda voce”[1], auspicando che fosse duratura; quella stessa gloria che egli stesso aveva sempre cercato e amato;  una gloria che, una volta conquistata, fosse mantenuta anche presso i posteri, così come gli antichi che non si accontentavano di “un effetto piccolo e passeggero [poiché] l’immaginazione spinge sempre verso quello che non cade sotto i sensi. Quindi verso il futuro e la posterità, perocché il presente è limitato e non può contentarla; è misero ed arido, ed ella si pasce di speranza, e vive promettendo sempre a se stessa. Ma il futuro p[er] una immaginazione gagliardissima non debbe aver limiti; altrimenti non la soddisfa. Dunque ella guarda e tira verso l’eternità”[2] .

Ed è forse “ men vano/della menzogna il vero?”[3] Forse che le opere dell’uomo sono più “serie” di un gioco?  Non è forse vero che esercizi e giochi che erano utili agli antichi per mantenere vigoroso il corpo, servivano soprattutto a “mantenere il vigor dell’animo, il coraggio, le illusioni, l’entusiasmo che non saranno mai in un corpo debole”?[4]

Questa Canzone ci potrebbe offrire diversi spunti per un’attualizzazione efficace in questo nostro tempo che vede scomparsi, non solo ogni illusione, ma addirittura ogni valore dall’orizzonte dell’esistenza; un periodo storico, il nostro, che alcuni chiamano “di transizione” , altri “di decadenza” in cui, secondo la visione leopardiana, ci si lascia “esistere” senza pretendere di “vivere”…

Ancora potremmo affermare che la fatica del corpo può ammortizzare i mali dell’anima? Ci pare sia, in primis, doveroso fare una distinzione tra   la fatica derivante dallo svolgere un qualche lavoro manuale  e quella che segue un’attività sportiva. Una successiva diversificazione andrebbe fatta guardando alle motivazioni interiori che spingono un uomo a dedicarsi a quest’ultima. Infine dovremmo guardare alla modalità con la quale uno sport viene praticato.

Per Leopardi, autore di una “teoria del piacere”, “lo spettacolo della vita occupata, laboriosa e domestica, sembr[a] lo spettacolo della felicità”[5] e i “piccoli fini della giornata” che consistono nel provvedere ai propri bisogni quotidiani, fanno sì che l’uomo si senta riempito da quei piccoli progetti e non soffra di quel male oscuro che tormenta l’uomo di  pensiero. Noi potremmo interpretare questa riflessione come un apprezzamento di quel lavoro manuale che, al tempo di Leopardi, era rappresentato da tutto quel piccolo e fattivo mondo rurale recanatese[6] e che, oggi, viene, per così dire, “usato” come terapia per sanare deviazioni derivanti da uso di droghe e di alcool da parte di tanti giovani che, stanchi di “esistere”, ad essi si abbandonano.  E certamente risulta ancora valido ciò che pensava Giacomo e cioè che “a voler vivere tranquillo, bisogna esser occupato esteriormente”[7]. Il lavoro manuale che consente di non logorare il corpo con il pensiero è oggi diventato il miglior rimedio per tanti giovani malati nell’anima prima che nel corpo.

Il giovane Leopardi, che dava un immenso valore alla vitalità, riconosceva come nei moderni fosse assai minore quella “vita” che invece spronava gli antichi a grandi imprese. E Carlo Didimi, campione sportivo contemporaneo, anch’esso impegnato in grandi imprese, sia pure sportive, era veramente colui che faceva rivivere, ai suoi occhi, quella carica che animava  giovani greci.(1)

E’ ancora il Leopardi che crede nelle antiche virtù, quando ancora la ragione non aveva corrotto  lo stato naturale e l’educazione fisica avevano una loro dignità non ancora umiliata dalla rinuncia agli aspetti fisici della vita.

Accanto al motivo ludico e sportivo appare nella canzone quello patriottico. Non per niente essa fu composta subito dopo a “Nelle nozze della sorella Paolina”, con la quale ha in comune “una spinta più volitiva, nel raccordo anche con l’attualità, nel tema della patria decaduta e quindi nel contrasto tra l’esemplarità del passato greco-romano e la decadenza di un’epoca corrotta dall’eccesso della ragione”.[8]

Leopardi indica al giovane atleta i suoi doveri nell’abbozzo intitolato “Ad un vincitore nel pallone”. Egli deve abituarsi a cose grandi, deve coltivare l’entusiasmo, apprezzare come la vita operosa e gloriosa sia ben altro che quella inerte ed oscura, com’è dolce il sapore della gloria, com’è amabile la gloria della patria. Così usavano i Greci nei loro giochi. La vita è miseria ed è bello gettarla via, spregiarla per il bene altrui e della patria. 

 

“Aggiungo poi questo ancora. Nego che la mortalità negli stati antichi fosse maggiore altro che in apparenza. Lascio i tiranni, lascio i capricci, le passioni, le voglie de’ principi, e non cerco se queste costino alla umanità più sangue, che non i disordini e le turbolenze di un popolo libero. Dico che la vitalità negli stati antichi era tanto maggiore che nei presenti, non solo da compensare abbondantemente ogni cagione o principio di mortalità, ma da preponderare, [628]e far pendere la bilancia dalla parte della vita: brevemente, dico che la somma della vita negli stati antichi era maggiore che nei presenti; e questo non già per cause accidentali, o in maniera che potesse non essere: ma per cause essenziali, e inerenti alla natura di quegli stati; anzi tali, che tolti quegli stati, o simili a quelli, la somma della vita non può essere se non molto minore; la vitalità fuori di quelli o simili stati, non può esser tanta.


[1]   A un vincitore nel pallone, vv. 1-2.

[2]   Zib.  3437-38, 15.9.1823.

[3]  A un vincitore nel pallone, vv. 33-34.

[4]  Zib. 115, 7.6.1820.

[5]  Zib. 172-3, 12-23.7.1820.

[6]  Lo “zappator”, il “legnaiuol” delle sue liriche.

[7]  Zib. 4259, 24.3.1827.

[8] W. Binni. Lezioni leopardiane, La  Nuova Italia 1998, pag. 175

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4 risposte a Ad un vincitore nel pallone 3

  1. Delfina ha detto:

    trovato il tuo blog sbirciando tra altri…:-)passa da me sarai il benvenuto ciao
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    (¯`v´¯) `·.¸.·´ ¸.·´¸.·´¨) ¸.·*¨) (¸.·´ (¸.·´ .·´¸¸.·´¯`·->ღDelfinaღ

  2. Chiara ha detto:

    Giusè, che bei giorni ricordano queste foto di Fontana (per chi non sa: Fontana è un comune dell’isola d’Ischia :))) in compagnia di Carmelina e della sua famiglia. I bambini sono delle pesti, ma di una simpatia e un calore unico, e sono diventati i miei nipotini.
     
    Per il resto, attualmente, oltre all’amore per Giacomo, posso dire: W GLI AZZURRI!!!! e sono convinta che il nostro Poeta sarebbe con noi.
    Ciao

  3. Giuseppe ha detto:

    Laura, cara. Per questo ho messo Ad un vincitore,  l’articolo di Loretta ed anche, un po’, mio. Mi ha fatto piacere mettere le foto di due care amiche.  

  4. Delfina ha detto:

    grazie :-)))))))

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